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La lunga battaglia dei diritti delle donne in Italia
Camilla Valerio

Prima di inoltrarci nella scoperta delle tappe fondamentali che caratterizzano la battaglia dei diritti delle donne in Italia, è importante domandarci perché le donne sono state discriminate per quasi tutta la storia dell’umanità? E ancora, perché il riconoscimento di una differenza tra uomo e donna si è tradotta nell’idea di un’inferiorità del sesso femminile?

Per rispondere a queste domande bisogna andare indietro fino alla comparsa dei primi esseri viventi quando le prime forme di diseguaglianza si sviluppano a causa delle differenze fisiche tra uomo e donne.

Siccome ci vorrebbe un libro per descrivere e analizzare l’ereditarietà del concetto di inferiorità della donna nella storia, cerchiamo di fissare alcuni momenti fondamentali che hanno fortemente influenzato le nostre credenze.

Partiamo quindi dai Greci, la culla della nostra civiltà che tanto ha ispirato il nostro modo di pensare in termini filosofici, politici e medici. Le origini delle discriminazioni verso la donna durante la Grecia vanno rintracciate in quello che viene chiamato il mito di Pandora e hanno, di fatto, condannato le donne all’ignoranza e ai peggiori soprusi. Tutto questo ce lo racconta molto bene Eva Cantarella, un’autrice che vi raccomando particolarmente.

La prima enunciazione della differenza di genere in Grecia si trova in un mito, il mito di Pandora del poeta-contadino Esiodo. In un mondo di soli uomini, Prometeo commise un errore imperdonabile: dopo aver sottratto il fuoco agli dei ne aveva fatto dono agli esseri umani, consentendo loro di intraprendere la strada del progresso e di accorciare la distanza che li separava dagli immortali. Gli dei giudicarono questo peccato in maniera severissima e credettero che per punirlo non bastava colpire solo Prometeo ma bisognava colpire l’umanità, tutta.

Ed ecco che arriviamo al “turning point”: la punizione per tutto ciò fu Pandora, la prima donna che fu mandata sulla terra per punire gli uomini. Secondo Esiodo, Epimeteo, infatti, cadde vittima del suo fascino e andò a vivere con lei. A lei fu detto che non doveva, per nessuna ragione aprire un certo vaso, ermeticamente chiuso. Pandora, curiosa (“come tutte le donne”), disobbedì ma ben presto scoprì che in questo vaso erano racchiuse tutte le calamità del mondo che Pandora fece fuoriuscire. Quando lo richiuse, i mali erano tutti volati via e sul fondo era rimasto solo la speranza. Dopo Pandora, all’umanità non restava che quella.

A questo proposito, Esiodo dice che le donne discendono da un genere maledetto, la tribù delle donne, una razza a sé. Secondo anche altri racconti che non abbiamo il tempo di esaminare in questa sede, si può dedurre che i Greci consideravano le donne come una razza maledetta di cui avevano paura e che invidiavano per il fatto di poter partorire. In questo senso i greci iniziarono a voler controllare i corpi delle donne e a sviluppare la convinzione che a differenza degli uomini che possedevano il “logos”, quindi la capacità di deliberare, le donne possedevano una ragione minore ed imperfetta e non erano in grado di controllare il loro desideri. I maggiori filosofi greci hanno teorizzato una differenza tra uomo e donna di tipo essenzialista legato alle caratteristiche biologiche che gli dei hanno loro attribuito. Le donne sono quindi per natura adatte ai lavori e alle cure avendo un copro meno forte. Sono inoltre propense alla tenerezza per i bambini e alla procreazione.

L’epoca romana, si può dire che fa da eco ai principi sanciti dai greci, codificandoli nel diritto. Le donne romane avevano un'unica funzione che era quella riproduttiva e il potere patriarcale all’interno delle famiglie era strabordante.

Arriviamo, infine al mito di Adamo ed Eva che è fonte e ragione di millenarie discriminazioni nel mondo cattolico. Eva fu creata dalla costola di Adamo (“Ella fu chiamata donna perché è stata tratta dall’uomo”) per rendere la vita più piacevole ad Adamo. La sua posizione è per definizione subordinata e macchiata eternamente dalla colpa del peccato originale che condannerà la condizione femminile per sempre.

Queste idee sulla differenza tra uomo e donna hanno portato nel corso dei secoli a quella che Eva Cantarella chiama la discriminazione base, ovvero “la totale, assoluta, radicale e voluta mancanza di un’educazione”. Tutto ciò ha reso difficilissimo il cammino verso l’emancipazione e la ribellione. Per tantissimi secoli, infatti le donne sono state silenziate e marginalizzate attraverso metodi diversi, tra cui la caccia alle streghe rimane tra le più tragiche.

Gli anni delle Rivoluzione Francese, come voi ben sapete, sono stati anni di grandi cambiamenti sulla base di rivendicazioni di libertà e richiesta di riforme sociale e politiche. In questo contesto, anche le donne hanno cercato a più riprese di unirsi e di far sentire la propria voce al fine di guadagnare pari diritti, anche se furono molto spesso silenziate. Secondo i giacobini, infatti, la rivoluzione, pur avendo il compito di fare leggi che migliorino la condizione delle donne, non doveva in alcun modo sovvertire la loro natura di madri e mogli. La Dichiarazione sui diritti dell’uomo del 1789 che riconosce il diritto degli individui alla liberta di opinione, scelta, di integrità della persona e dei beni, non fa alcun riferimento alle donne. Durante gli anni del Terrore, i giacobini fecero chiudere la Società delle repubblicane rivoluzionare e ghigliottinare una delle esponenti più importanti del pensiero femminista in Francia, Olympe de Gouges. In seguito, l’introduzione del Codice Napoleonico pone un freno importante alle rivendicazioni delle donne rivendicando il potere patriarcale.

Olmype de Gouges fu la protagonista di un testo importantissimo, ovvero Dichiarazione sui diritti della donna e della cittadina, in cui dichiara che, seppur biologicamente ed emotivamente diversa, la donna nasce libera e ha gli stessi diritti dell’uomo. Secondo lei, se la donna ha il diritto a salire sul patibolo allora dovrà avere anche il diritto di salire sulla tribuna, di partecipare quindi alla vita politica del paese. Infine, lei si batte per il diritto al divorzio e per la ricerca della paternità. Secondo il suo punto di vista, la tirannide esercitata sulle donne sia all’origine di ogni diseguaglianza e la rivoluzione non abbia fatto altro che cambiare loro il padrone. Nessuna dichiarazione di uguaglianza si può ritenere tale se non prende in considerazione anche le donne. Una delle sue frasi più famose,

recita: “Uomo sei capace di essere giusto? È una donna che te lo chiede. Dimmi chi ti ha dato il potere sovrano di opprimere il mio sesso?”

Spostandosi dal contesto francese, c’è un’altra icona femminista di altissimo rilievo che con il suo testo The Vindication of Women’s Rights (in Italiano: Sui Diritti delle Donne) scuote le coscienze britanniche verso la fine del diciottesimo secolo. In quest’opera Wollstoncraft pone il problema della libertà femminile nel poter svolgere nella società ogni tipo di attività (tra cui studiare) e carriera, di possedere diritti di cittadinanza e di poter decidere del proprio destino esattamente come gli uomini. Già dalle prime pagine, lei dichiara che “le differenze tra gli esseri umani non sono state stabilite dalla natura, ma dalla stessa civiltà.” Una civiltà che non permette alle donne di essere libere di accedere ad un’educazione adeguata e di elevare quindi le proprie virtù. Nella sua ottica, infatti, lo scopo della vita è lo sviluppo morale a cui ciascuno deve egualmente occorrere anche se mediante il compimento di compiti differenziati. Questo infatti permetterebbe il compimento del benessere e il miglioramento della società intera. Quello che lei però denuncia è il fatto che il lo sviluppo delle proprie virtù viene impedito alle donne a causa dei pregiudizi che possono negare la capacità di agire liberamente.

Facciamo ora un altro passo in avanti e spostiamo la nostra attenzione sull’Italia. Nel Belpaese le rivendicazioni femminili sono iniziate ben prima della fine della seconda guerra mondiale e la conquista del voto attivo e passivo nel 1946. Nel 1899, per esempio, nasce l’Unione Femminile Nazionale che reclama il diritto di voto. In questa fase due sono le figure molto importanti, ovvero Anna Maria Mozzoni e Anna Kuliscioff. A causa della sordità delle istituzioni, però, gran poco è stato conquistato. Il suffragio, infatti, era visto come pericoloso per l’identità femminile e la famiglia.

La partecipazione delle donne durante la Resistenza risulta essere decisivo per la conquista del diritto di voto. In questa fase, nascono i Gruppo di Difesa Della Donna (GDD) - un’organizzazione aperta a tutte le donne di qualsiasi ceto sociale e credo religioso o politico – che, da un lato, appoggiano e assistono moralmente e materialmente i partigiani e dall’altro danno alle donne il mezzo per elevarsi nella società e uscire dalla dimensione domestica. Le 70 mila donne organizzate nei Gruppi, riconosciute come parte integrante della direzione unitaria della Resistenza, dimostrano di saper combattere (35 mila imbracciano le armi), di stare nella dimensione pubblica e sviluppano una coscienza di cittadine che le spinge a reclamare con sempre più decisione diritti sociali e politici.

A marzo 1946 le donne conquistano, quindi, il diritto di voto attivo e passivo e il 2 giugno si riversano in massa alle urne (89% delle aventi diritto) per votare nel Referendum istituzionale (Monarchia o Repubblica) e per eleggere l’Assemblea Costituente. Su 556 deputati, sono solo 21 le elette all’Assemblea Costituente. Le 21 madri della nostra Costituzione. Ad avere il ruolo più decisivo furono Angela Gotelli, Maria Federici, Nilde Iotti, Angela Merlin e Teresa Noce che entrarono a far parte della Commissione dei 75 contribuendo direttamente alla stesura della proposta di Costituzione. Nonostante provenissero da orientamenti politici diversi e a volte opposti erano unite dalla ferma volontà di introdurre la parità giuridica e morale tra donna e uomo all’interno della Costituzione perché, come rivelano queste parole di Teresa Noce, “nessun sviluppo democratico, nessun progresso sostanziale si produce nella vita di un popolo se esso non sia accompagnato da una piena emancipazione femminile.”

I temi principali portati dalle Costituenti e su cui loro lottarono convintamente furono i seguenti:

  1. Parità giuridica con gli uomini in ogni campo

  2. Riconoscimento del diritto al lavoro

  3. Accesso a tutte le scuole, professioni, carriere

  4. Diritto ad un’adeguata protezione che permettesse alla donna di adempiere ai suoi compiti di madre,

  5. Uguale valutazione, trattamento e compenso degli uomini per uguale lavoro, rendimento e responsabilità.

Si deve a Angela Merlin, ad esempio, l’introduzione “senza distinzione di sesso” nell’Articolo 3 che introduce il divieto di discriminazione di genere. E a Teresa Mattei l’aggiunta dell’espressione “di fatto” la quale impone alla Repubblica di rimuovere concretamente gli ostacoli di ordine economico e sociale che limitano piena eguaglianza.

Le Costituenti furono poi rilevanti nell’introdurre l’Articolo 51 che prevede l’accesso agli uffici pubblici e alle cariche elettive in condizioni di eguaglianza, quindi senza distinzione di genere. A questo proposito fu molto importante l’azione delle Costituenti per impedire di escludere le donne dal diritto di diventare magistrato come invece tanti avrebbero voluto e come potete vedere bene in questo video:

Un altro punto fondamentale della Costituzione fu l’eguaglianza sul posto di lavoro, sancita dall’Articolo 37 e che si concentrava sulla parità di distribuzione ma anche sulla tutela nell’ambito lavorativo della funzione familiare e materna della donna. A questo proposito le donne della Costituente furono importantissime per evitare che si scrivesse che la funzione familiare della donna nella famiglia fosse “prevalente”. Si riuscì infatti a raggiungere un accordo sull’aggettivo “essenziale”, che pur scontentando i più progressisti rappresentava un buon compromesso.

In generale non si può dire che le Costituenti fecero un ottimo lavoro nel piantare il seme dell’uguaglianza all’interno della Costituzione. La vera attuazione di questa parità, però, è ancora in corso ed è stata ostacolata per moltissimi anni.

Negli anni ’50 e fino al ’68 le donne sono state forzate nuovamente verso i loro ruoli tradizionali e quindi alla loro dimensione privata e prettamente domestica. La forte spinta data dalla Resistenza e dal lavoro delle Costituenti non si è di fatto tramutata in un aumento vertiginoso della partecipazione alla vita pubblica e politica del Paese da parte delle donne. Questo periodo però non può definirsi inutile per la condizione delle donne. Movimenti quali l’UDD (Unione delle Donne) e il CIF (Centro Italiano Femminile) insieme alle donne nel parlamento o alle organizzazioni femminili dei partiti portano avanti riflessioni e rivendicazioni molto importanti soprattutto su un aspetto fondamentale ovvero la conciliazione del lavoro con il ruolo famigliare femminile. Nel 1950, ad

esempio, viene introdotta una legge che vieta il licenziamento dall’inizio della gestazione al compimento del primo anno di vita del bambino, il divieto di adibire le donne incinta a lavori pesanti, pericolosi e insalubri ed istituisce il congedo obbligatorio di tre mesi prima del parto e di otto settimane dopo, periodi di riposo per l’allattamento nonché il trattamento economico durante le assenze per maternità. Nel 1958, grazie alla battaglia della senatrice Lina Merlin, le case chiuse in cui si esercitava la prostituzione, molto spesso come forma di sfruttamento, vengono abolite. Negli anni 60 ricordiamo una legge molto importante che titola “Ammissione della donna ai pubblici uffici e alle professioni” e l’abolizione dell’adulterio femminile come forma di reato.

La stagione dei grandi cambiamenti in Italia per quanto riguarda i diritti delle donne sono sicuramente tutti gli anni ‘70. Prima di tutto questo periodo è stato sicuramente un periodo di grandi lotte ma di una nuova consapevolezza per le donne. La cosiddetta seconda ondata femminista concentrava la sua lotta soprattutto sui temi della libertà riproduttiva (aborto), sulla libertà sessuale e sul bisogno urgente di un cambiamento culturale di rappresentazione della donna che superasse gli stereotipi. In altre parole le donne iniziano a rivendicare un’esperienza e una coscienza di donna più complessa che superi i confini dell’essere semplicemente madre e moglie. Al motto di “il personale è politico” tantissime donne si ritrovano in collettivi e praticano le cosiddette sedute di autocoscienza dove condividono nel gruppo la propria esperienza individuale prendendo consapevolezza che la mancanza di autonomia, la mancanza di libertà e prospettive non è della singola ma è condivisa, è politica.

Le protagoniste di questa stagione rivoluzionaria sono molteplici, da un lato ci sono sicuramente i movimenti femministi che portano in piazza le grandi questioni dentro le quali poi si inseriscono le riforme legislative. Dall’altro lato anche le donne delle istituzioni e le organizzazioni storiche delle donne assumono un ruolo importante nel promuovere una agenda politica volta al cambiamento della condizione femminile. Nella lotta per la depenalizzazione dell’aborto gioca un ruolo fondamentale il partito radicale soprattutto nella figura di Emma Bonino.

Ecco le principali conquiste:

• 1975: Riforma del diritto di famiglia che conferisce ai coniugi pari diritti e doveri. Fino a quel momento esisteva la potestà maritale per cui il marito era il capo della famiglia, la moglie seguiva la condizione civile di lui assumendone il cognome ed era obbligata ad accompagnarlo dovunque egli credesse opportuno fissare la sua residenza. L’uomo aveva, inoltre, l’obbligo di proteggere la moglie e di somministrarle il necessario. Se la donna ovviamente lasciava la casa, la protezione cessava, se era lui ad andarsene non c’erano conseguenze.

• 1974: Referendum abrogativo sul divorzio fu vinto dal No con il 60% dei voti.
• Nel 1977 venne introdotta la legge sulla “parità di trattamento di uomini e donne in materia di lavoro”. Questa decisione vieta qualsiasi discriminazione fondata sul sesso per quanto riguarda l’accesso al lavoro, la retribuzione e le carriere sul luogo di lavoro

• Nel 1978 venne approvata la famosa legge 194 che legalizza l’aborto. Prima, l'interruzione volontaria di gravidanza (IVG), in qualsiasi sua forma, era considerata un reato contro la stirpe ed erano previste pene molto severe. Nel 1975 la questione esplode a livello nazionale arrivando sulle prime pagine dei giornali. A Firenze, vengono arrestati l'allora segretario del Partito Radicale Gianfranco Spadaccia, Adele Faccio ed Emma Bonino i quali si erano autodenunciati per aver procurato aborti (disobbedienza civile). Lo scopo dell'azione nonviolenta era denunciare la piaga dell'aborto clandestino che interessava centinaia di migliaia di donne. In questo clima nasce la campagna abortista condotta a sinistra oltre che dal Partito Radicale di Marco Pannella, dal Movimento di liberazione della donna, Lotta continua ed Avanguardia operaia. La campagna sfocia nella raccolta di 700mila firme per un referendum abrogativo degli articoli del codice penale che punivano varie condotte legate all'interruzione della gravidanza. Ci vollero mutate circostanze politiche e la continua pressione del movimento delle donne per indurre il Parlamento ad approvare, due anni dopo, la legge 194. Una legge che fu mantenuta immutata tre anni dopo quando due referendum proposti da posizioni opposte, quelle radicali e quelle del Movimento per la Vita (1981), intendevano abrogarne delle parti. Una legge che ha sostanzialmente raggiunto l'obiettivo di arginare la piaga dell'aborto clandestino ma la cui attuazione non è stata priva di difficoltà e ostacoli culturali e politici. Fin da subito era emerso il nodo cruciale del diritto da parte dei medici a fare obiezione di coscienza. Un diritto riconosciuto dalla legge ma che negli anni e in particolare in alcune aree del Paese ha messo a rischio l'applicazione stessa delle norme e dei diritti ad esse collegati. Secondo una ricerca di Chiara Lalli e Sonia Montegiove titolata “Mai Dati” in Italia ci sono 72 ospedali che hanno tra l’80 e il 100% di obiettori di coscienza, 22 ospedali e 4 consultori con il 100% di obiezione tra medici ginecologi, anestesisti, personale infermieristico e OSS e 18 ospedali con il 100% di ginecologi obiettori. Inoltre ci sono 46 strutture che hanno una percentuale di obiettori superiore all’80%.

Gli anni 80 e 90, anche detti gli anni del riflusso, segnano la fine dell’impegno politico diffuso. Il femminismo e le battaglie per i diritti delle donne cambiano sicuramente forma e contenuti ma non si arrestano. In questi anni si registra sicuramente un avanzamento dal punto di vista legislativo ma il fenomeno più evidente è il fatto che il femminismo si allontana dalle piazze per entrare nei luoghi istituzionali, ovvero la politica, l’università e la ricerca accademica. A questo proposito nel 1984 viene istituita la Commissione Nazionale per la parità e le pari opportunità. Un tema diventa però dirompente in questi anni ed è quello della violenza sessuale e in generale la violenza di genere in tutte le sue forme. Quello che viene messo in discussione non è solamente l’arretratezza legislativa sul tema ma anche la cultura patriarcale che è alla radice della violenza. A questo proposito nel 1981, il cosiddetto matrimonio riparatore che estingueva il reato di violenza sessuale viene cancellato come anche i trattamenti di particolare favore penale (pene molto lievi) che venivano riservate a chi commetteva omicidio o provocava lesioni personali per causa d’onore (delitto d’onore).

 

La legge contro la violenza sessuale avrà, invece, l’iter legislativo più lungo nella storia repubblicana. Dalla prima proposta dei movimenti femministi e femminili nel 1977, passeranno quasi vent’anni per l’approvazione. È infatti il 1996 quando viene introdotta la legge secondo la quale la violenza sessuale non sarà più una violenza contro la morale bensì contro la persona. Da questo punto di vista, però, l’Italia rimane un paese molto arretrato e problematico. Secondo i dati più recenti, infatti, una donna su tre dichiara di aver subito violenza fisica o verbale e nei due terzi dei casi queste violenze avvengono in famiglia o all’interno di dinamiche relazionali. Inoltre, è bene ricordare che molto spesso le donne non denunciano e che la rete di sostegno (centri anti-violenza, case famiglia etc..) non ricevono dallo stato il giusto sostegno economico. Spesso i fondi sono a breve scadenze e la progettualità degli interventi viene compromessa. Inoltre, nella legge contro la violenza sessuale, in Italia, non c’è alcun riferimento al tema del consenso, nonostante l’Italia sia firmataria della Convenzione di Istanbul che all’art 36 recita: “Il consenso deve essere dato volontariamente, quale libera manifestazione della volontà della persona, e deve essere valutato tenendo conto della situazione e del contesto.” Molto spesso però i fatti di cronaca, ci riconsegnano una realtà ben diversa dove l’idea di consenso è molto controversa. Non è un caso, infatti, che il 39% della popolazione italiana crede che una donna possa sottrarsi ad un rapporto sessuale se non lo vuole. Per questo motivo, infatti, in Italia le persone che subiscono violenza sono anche sottoposte a quello che si può descrivere come victim blaming o vittimizzazione secondaria (Com’eri vestita? Com’eri truccata? Avevi bevuto? Perché non hai denunciato subito?)

Nel femminismo della terza ondata ci sono altri due temi che sono molto importanti, uno riguarda la parità salariale e uno quello della presenza di donne nei posti di comando di tutti i settori (politica, economia, istituzione etc..). Per quanto riguarda la presenza femminile in politica, nel 1993, per la prima volta vengono introdotte le quote di genere in merito ai rappresentanti degli enti locali. La legge stabilisce che il 30% dei candidati nelle liste per le elezioni amministrative devono essere donne. Durante tutti gli anni 2000 e con la modifica dell’Articolo 51 della Costituzione (“A tal fine la Repubblica promuove con appositi provvedimenti le pari opportunità tra donne e uomini”), vengono introdotte tantissime disposizioni dette anche “azioni positive” per favorire l’elezione di donne e rendere la repubblica più democratica e rappresentativa. Una bassa presenza femminile incide, infatti, sulla qualità del rappresentante e della rappresentanza politica e pone un problema di mancanza di punti di vista. In linea di massimo, non si può dire che queste azioni abbiano avuto un successo evidente. Ad oggi, esiste ancora il cosiddetto “soffitto di cristallo”, per cui alcune avanzamenti di carriera o conquiste di poltrone sono impediti a causa di discriminazioni sessiste come per esempio il fatto che a differenza degli uomini le donne non sono, per natura, inclini alla leadership e alla pragmaticità. Per dirla in altre parole: più si sale e meno donne si incontrano. Le donne che ricoprono o hanno ricoperto le cariche massime sono veramente poche. Non abbiamo mai avuto un Presidente della Repubblica e del Consiglio di genere femminile ed anche il parlamento fa fatica ad esprimere un giusto equilibrio: qui le donne rappresentano solo il 35,7%.

 

A livello politico, gli anni 2000 sono contraddistintiti dai governi di Berlusconi. A questo proposito vi vorrei leggere le parole di Livia Turco (più volte ministra e politica molto attiva sui temi delle donne) a proposito di questo periodo:

“Il cambiamento della politica diventa vero e proprio degrado quando si traduce nel patto sesso- potere-denaro utilizzando il corpo delle donne. Degrado perché tale patto ha ridotto la rappresentanza politica a merce di scambio [...]. Il degrado è consistito esattamente nella riduzione della rappresentanza politica a merce di scambio come qualunque oggetto. [...] Sul piano simbolico [le donne] sono tornate ad essere rappresentate come le donne del capo, donne la cui affermazione politica non è dovuta al merito ma alla vendita del proprio corpo.”

Venendo a noi, le lotte femministe rimangono importanti e il raggiungimento della parità è ancora lontano. Ciò significa che la battaglia è ancora in corso e anche noi abbiamo la possibilità di fare la nostra parte. Diversi sono i temi che voi avete, appunto, posto come importanti e attuali:

1. Stereotipi di genere
Secondo Carlotta Vagnoli che ha scritto un libro importantissimo sulla cultura dello stupro e la violenza di genere (Titolo: Maledetta sfortuna) “gli stereotipi sono una serie di formule pensate per descrivere al meglio qualcosa” e loro trasmissione “avviene prima di tutto all’interno della famiglia, nei piccoli nuclei sociali; solo successivamente si estende attraverso i canali di massa, come la tv, il cinema, i libri, l’arte stessa.”

Gli stereotipi di genere sono radicati nella nostra società e nel nostro modo di pensare e sono difficili da riconoscere perché sono ovunque, nelle parole che leggiamo, i film che vediamo e gli atteggiamenti che ripetiamo senza metterli in discussione. Gli stereotipi che influenzano negativamente la vita delle donne sono relativi alla loro funzione di mogli e madri ma anche a l’idea di loro come oggetti da possedere.

Secondo l’ISTAT, 32,5% di italiani pensano che la realizzazione del lavoro é più importante per gli uomini che per le donne. Il 27,9% che sia il genere maschile a dover provvedere al mantenimento della famiglia. Il 31, 5% pensa che gli uomini siano meno adatti ad occuparsi delle faccende domestiche

2. Catcalling

La violenza si declina in molte forme, il catcalling è una di quelle e fa parte di tutte quelle azioni ed elementi che formano la cultura dello stupro. Il catcalling racchiude tutte quelle molestie da strada come: suoni, fischi, commenti indesiderati sessuali, avance e clacson per strada. Il problema è che questi gesti sono spesso scambiati per complimenti o apprezzamenti basati su intenti bonari e genuini. La radice culturale di questo è che secondo molti la donna si fa bella per l’uomo, per suscitare desiderio e se l’uomo lo palesa non c’è niente di male. Le donne sono quindi, in questa prospettiva, un accessorio o un oggetto da valutare e commentare. Le conseguenze del catcalling sulle donne sono molteplici. È constatato che molte donne per la paura di ricevere apprezzamenti

non richiesti cambino le proprie abitudini e i propri gusti ad esempio evitando un abbigliamento troppo “appariscente” o luoghi non sicuri.

DATI ISTAT: nel 2018, oltre otto milioni di donne tra i 14 e i 65 anni (43,65% del totale) sono state vittime di molestie sessuali

3. Differenze di genere nella società

Il Gender Pay Gap è stato un tema fondamentale della terza ondata femminista degli anni ’90. Gli stipendi delle donne sono inferiori a quegli degli uomini ovunque e questo divario aumenta a seconda dell’età e dell’etnia. È difficile spiegare in maniera semplice e chiara il motivo: sicuramente è vero che alla base esistono delle discriminazioni e un cosiddetto soffitto di vetro che non permette alle donne di migliorare la propria condizione lavorativa a causa anche di stereotipi e di retaggi culturali. In genere, comunque le donne sono impiegate in lavori “femminili”, tipicamente a salario basso e i lavori ben retribuiti sono maggiormente ad appannaggio maschile. Le donne lavorano più frequentemente part-time; la responsabilità sbilanciata sulle donne per la cura della famiglia interrompe le carriere di tante, a volte per anni. Per quanto riguarda l’Italia, il dato più significativo è il gender pay gap complessivo, ovvero quello che prende in considerazione, oltre al salario orario, anche il numero medio mensile di ore retribuite e il tasso di occupazione femminile. Stando agli ultimi dati, il Gender Pay gap complessivo in Italia è il 43,7% (media europea: 39%).

4. Femminicidio:

Definizione: uccisione di una donna in quanto tale, per ciò che essa simboleggia nella società. Nel 2021 sono state 118 le donne uccise, il 70% dei casi avviene nel contesto familiare o relazionale. Il problema principale che riguarda i femminicidi è l’assenza di una politica di prevenzione e tutela perché come ci dice Michela Murgia: “la morta fisica della donna avviene laddove quella sociale e morale è già avvenuta.”

Secondo Carlotta Vagnoli, concretamente, ciò che serve sono: politiche di welfare e a supporto della parità di salario; un sistema di tutela per le vittime di stalking e maltrattamenti (molto spesso, i femminicidi sono prevedibili e sono l’ultima triste tappa di un’escalation); programmi culturali fin dalle elementari che aiutino i cittadini a smontare gli stereotipi di genere e quindi a sovvertire il sistema patriarcale. Infine ciò che manca è una narrazione adeguata delle donne e della violenza di genere sui media. Gli omicidi, ad esempio, vengono sempre raccontati come delitti passionale in cui il movente è il troppo amore, la troppa gelosia. Questa romanticizzazione del femminicidio riporta all’epoca del delitto d’onore e sposta l’attenzione dal movente culturale a quello del raptus, del momento. Manca una narrazione che parti da una problematizzazione dell’impianto culturale che porta gli uomini ad ammazzare le donne. Il femminicidio è la deriva di una cultura patriarcale basata sulla violenza e sull’oggettivazione della donna.