Foto Awa.jpg

Intervista ad Awa
Camilla Valerio

Intervista già apparsa su Italics Magazine in lingua inglese 

 

Awa ha 23 anni ed è nata in Senegal. A quattro anni si trasferisce in Francia e a 10 in Italia, nelle Marche. È laureata in mediazione linguistica ed interpretazione. Ha da poco preso la cittadinanza italiana che si aggiunge a quella senegalese e parla correntemente quattro lingue: wolof, francese, italiano e inglese. 

 

D: Come ti descriveresti?

 

R: La prima parola che direi è ibrido: il fatto di essere un miscuglio di tante cose diverse e di non essere né totalmente nera né totalmente bianca, ma in una zona grigia, di tante sfumature di grigio. Quindi molto eclettica, spesso anticonformista, altre volte normalissima. Una persona che sembra fuori dall’ordinario ma in realtà non lo è. 

 

D: Quanto ti sembra di essere efficace nell’interazione con persone di un’altra cultura? 

 

R: Per esperienza personale io cerco di utilizzare sempre l’approccio più corretto, rispettoso e neutrale che ci possa essere, senza far emergere troppo le differenze. Se emergono le accolgo in modo positivo e con curiosità. Non vorrei mai che un’altra persona vivesse quello che ho subito io, per inavvertenza della gente che a volte per la strada, senza neanche conoscerti, ti chiede: “di dove sei?” o “dove hai preso quel colore?” Sono cose che mi sono capitate! Quindi cerco sempre di non segnalare alla persona “guarda, sei diverso. Palesati, identificati, presentati!”

 

D: E quali delle tue capacità o caratteristiche personali ti sono più utili nell’avere a che fare con persone di un’altra cultura?

 

R: La sensibilità e l’empatia, perché grazie a quello che ho vissuto tendo a capire come potrebbe sentirsi la persona davanti a me. Compatisco tantissimo chiunque sia diverso, non faccia parte della maggioranza o si distacchi da quello che viene comunemente definito “normale”. Per questo cerco sempre di non far emergere quell’aspetto che penso l’altra persona non voglia tirar fuori, evito di invadere il campo altrui. 

 

D: Tu quando eri piccola ed eri in Francia, ti sentivi diversa dagli altri oppure no? e in Italia invece?

 

R: Da quel che mi ricordo in Francia no, perché vedevo molta più gente simile a me, ero in un contesto abbastanza multietnico e percepivo la diversità ovunque. In Italia sì, l’ho percepito molto di più, sono quasi sempre stata l’unica persona nera della classe, ad un certo punto all’università anche l’unica studentessa nera del corso. Spesso mi si diceva “sei un’eccezione, una perla rara”.

 

D: e questo fatto di essere percepita come l’eccezione alla regola che reazione ti provoca?

 

R: Fino a qualche anno fa mi provocava soprattutto orgoglio, ma poi con il passare degli anni ho capito che questo vuol dire che, in linea di massima, quelli come me vengono subito scartati come tutto ciò che non c’è di positivo. Piano piano ho capito che non è un complimento ma un insulto celato e mi sono detta che bisogna mettere in discussione questo tipo di affermazioni. Io ci provo, ma è un terreno molto scivoloso e spesso mi si dice che esagero e che vedo il marcio ovunque. 

 

D: Quali sono le esperienze per cui dici: “Quello che ho vissuto mi rende empatica e sensibile nei confronti di chi è diverso”?

 

R: Mi riferisco più che altro alle micro-discriminazioni, a quello che non si vede o che comunque non viene percepito come negativo dai miei coetanei o compagni: piccoli episodi quotidiani, come quando vado in gelateria e a tutti quelli prima di me si da del lei e invece a me del tu. Oppure quando alle elementari le più brave della classe eravamo io e una mia amica lituana e molto spesso il professore inveiva contro gli altri studenti dicendo “vergognatevi, queste due ragazze pur essendo straniere sono molto più brave di tutti voi!”. Il retropensiero era: “oddio l’invasore che ci supera.” Invece che dire: “prendete esempio”, il professore diceva: “non è normale che degli stranieri siano più bravi di voi”, quando in realtà io avevo dieci anni di scolarizzazione italiana!

 

D: e secondo te che cosa favorisce l’acquisizione della capacità di interagire in maniera appropriata con persone di cultura diversa?

 

R: Mettersi in una posizione di inferiorità, dove non si è il gruppo dominante, dove non si è la norma: per esempio se sono donna andare in un gruppo di uomini ad esporre le mie idee. Oppure se sono nera andare in un paese bianco, se sono bianca andare in un paese nero, in modo che io mi senta “quello diverso” e capisca cosa provano “gli altri”. Poi dipende, non è detto che vada a buon fine.  

 

D: Rispetto all’espressione “di seconda generazione” o “di colore” o “nera” tu che posizioni hai? 

 

R: L’espressione “seconda generazione” non mi dice nulla, nel senso che non mi fa dispiacere, però d’altro canto non la capisco del tutto. Secondo me porta confusione, perché quelli di prima generazione allora chi sono? i nostri genitori? Cioè… che cosa significa? io personalmente non la percepisco come fastidiosa, più che altro mi crea confusione, perché non capisco se si riferisce ai figli degli immigrati, ai figli dei figli… [ride]

 

D: e invece “di colore” e “nero” 

 

R: Quella che prediligo è “nero”, perché “di colore” la percepisco come un’espressione ipocrita, un modo un po’ di circostanza per non dire che una persona è nera. Non capisco tutto questo timore: se si dice bianco perché non si può dire anche nero? Suona così tanto brutto, ma non lo è, è semplicemente un colore. Dovrebbe essere sdoganata come parola!

 

D: Ci sono circostanze in cui per te è più facile interagire con persone di cultura diversa? 

 

R: Aiuta sapere che qualcuno è dalla tua parte, che non sei in minoranza, che non tutti ti fraintenderanno. Mi è successo ad esempio in Belgio, quando facevamo le nostre cene sia con studenti Erasmus che con studenti belgi. Si discuteva degli argomenti più vari. Una volta stavo parlando di quando un giorno una ragazza sconosciuta che sedeva vicino a me in pullman aveva iniziato a toccarmi i capelli e a fare tante domande, un po’ asfissianti. Ho raccontato di aver vissuto questo episodio come una micro-aggressione.  Ho ottenuto approvazione da alcuni ragazzi presenti alla cena, altri giustificavano quella persona dicendo che forse era semplicemente curiosa e voleva essere gentile. In generale, comunque, mi è venuto facile parlare di diversità e di come percepisco certi atteggiamenti. Tutti hanno semplicemente dato i loro feedback, con molta tranquillità, e sapevo di sicuro che qualcuno sarebbe stato dalla mia parte e avrebbe capito cosa intendevo dire. Insomma avevo la certezza che il terreno fosse fertile per una discussione. 

 

D: Nella tua storia o nella tua personalità, c’è qualcosa che ha reso più difficile il tuo interagire con persone di cultura diversa? 

 

R: Il fatto che uno si stanca di dover ripetere sempre le stesse cose, di dover giustificare, di dover chiarire determinate questioni. Quindi magari si getta la spugna, perché ci sono troppi ostacoli. Personalmente cerco di non gettare la spugna, ma è una fatica non di poco conto. Quando vedo che c’è chiusura mentale, quando manca quel terreno fertile di cui parlavo prima, che mi permette di esprimermi, di confrontarmi con altre persone in modo rispettoso, evito la discussione. Ci sono battaglie già perse in partenza! Devo scegliere le mie battaglie se voglio sopravvivere.

Nel ristorante in cui lavoravo c’era una manager che diceva sempre: “Io quelli che sono arrivati col barcone li odio… te non sei arrivata col barcone, no? Io ce l’ho solo con loro!” Ho cercato più volte di avere una conversazione con lei, ma d’altro canto penso che sia una donna adulta, non sarò io a poterla istruire. Ormai la vede così e il mio parere personale non verrà neanche considerato. Sarebbe uno spreco di fiato!

 

D: Quanto avere genitori nati all’estero ti ha aiutato a sviluppare risorse o capacità particolari? 

 

R: Parecchio. Il fatto di inserirsi in un contesto diverso da quello della provenienza, che si manifesta soprattutto nell’aspetto esteriore, mi ha portato nel corso degli anni a tenere bene a mente da dove vengo, chi sono e verso dove vado. Questa è una nozione che i miei mi hanno inculcato fin da piccola e che per me è un valore aggiunto. Il mio colore dall’esterno viene associato ad una determinata cosa, spesso negativa, quindi è un mio costante dovere provare il contrario. Devo sempre cercare di ribaltare la narrativa corrente secondo la quale “nero è inferiore, nero è sottomesso, nero è povertà, nero non è cultura, nero è regresso. Poi il fatto di avere genitori che sono nati in un paese diverso, ma che sono arrivati in Europa con un determinato bagaglio culturale, con un determinato background, che erano già “persone a tutti gli effetti” prima di venire qui, anche questo secondo me è importante: permette di capire che immigrare non significa partire da zero!

 

D: Hai parlato di una “narrativa” da ribaltare. Che ruolo hanno secondo te i media nella costruzione di questa narrativa?

 

R: Spesso su Instagram cerco di mettere in mostra le problematicità di un articolo e di come tratta gli immigrati. Evidenzio che se si tratta di uno straniero si elencano tutte le generalità: dove lavora, da quanto tempo è in Italia, cosa ci faccia in quel posto, si parla del suo permesso di soggiorno regolare o meno, se è un delinquente, se è un operatore o se è un volontario, magari vengono utilizzati termini come “di colore” piuttosto che “nero” (mentre dell’italiano si delinea solo l’età). Questo è un approccio totalmente sbagliato che genera pregiudizi, ma non mi piace neanche quell’altra attitudine che spesso vedo ultimamente in quelli più piccoli di me: una iper-oggettificazione del nero, per cui avere un amico nero fa figo. Oppure i ragazzi che dicono: “eh ma voi nere… Siete così simpatiche, così belle, così sensuali!” Potrei essere la persona più odiosa del mondo, però se sono nera allora sono desiderabile.

 

D: e come mai secondo te questa tendenza?

 

R: Secondo me è anche molto la trap, le americanate… queste cose qua, che fanno sì che: “quanto è bello essere afroamericani, però essere afroitaliani è da sfigati”. È una cosa triste.